[Non ricordo più come fosse guardare]

“Guarda gli alberi lungo la bealera(*),
li vedi in cima i nidi neri tra i rami?”

Non ricordo più come fosse guardare
le cime degli alberi spogli e scorgere solo rami.
Ma conosco ciò che avvertì Thomson (**)
– trapassare il diaframma tra visione e modello.
Il baratro liberatorio della scoperta,
ognuno in proporzione sua.

Chissà cosa fui, prima di me –
quando scoprii i nidi le altre volte,
se l’atterrimento fu il medesimo,
identica scoperta disperante.

E il traboccare di formiche
nei prati –  osservarne una,
percepirle a migliaia con le code
degli occhi, migrare dall’uno.
Non nasco sarta di diaframmi,
non v’è rimedio alle scoperte della vita.

(*) bealera [be-a-lè-ra] s.f. region. Canale che trasporta acqua utilizzata per irrigazione o per produrre forza motrice
(**) Joseph John Thomson (Cheetham, 18 dicembre 1856 – Cambridge, 30 agosto 1940) fisico britannico, noto per aver proposto il primo modello fisico dell’atomo e scoperto l’elettrone.

4 di 4 – Senza notte

Quando morirò spero non sia d’inverno.
Ma se così sarà, se renderò quanto resta
dell’anima in un banale febbraio
vorrei non fosse notte ma mattino,
violento e soleggiato dopo la neve,
un cielo rivoltato sottosopra, bianco da stordire.
Ascenderò sconcertata –  incalzata
dal gracchiare dei corvi,
raggiungerò il silenzio di dio.

3 di 4 – Sera

Un giorno sposterò il capo dell’anno
e festeggeremo ad ottobre la muta
dei dodici mesi, raccolti in sala grande,
nuovamente a tiro di voce, a guardare
l’opulenza degli affreschi.

La prima fiamma ondeggiante del camino,
sensuale più d’un papavero a maggio,
e noi a volgere sorrisi e palmi al tepore.
Sapremo già tutto.
Quant’è durata la vendemmia,
se la grandine vinse sul frutteto, quanti cachi
avanzano per noi e i corvi.

Inspireremo l’umido di pioggia,
schiacciando foglie per strada
poi silenzio e silenzio ancora,
fino allo sbocciare delle cinerarie
e alla notte prematura.

[Ci sono istanti di marzo che inducono all’attesa]

Ci sono istanti di marzo che inducono all’attesa
e mi vedono scrivere, china, inutilmente –
il vento falso, qualche gemma impertinente
un fiore di serra acquistato l’altro dì.

Seduta, guardo fuori dai vetri la primavera,
il giardino immobile che chiama –
un passo, uno solo basterebbe.

Di nuovo mi imbroglierà – chi non dimentica
un impegno per il primo cinguettio dell’anno, chi sfugge
al fiato mozzo guardando il dito che indica la rondine?

Io mi incanto anche nel niente, non mi serve un motivo
per volare – poi atterro veloce. Ci sono panni e pannolini,
minestre e cure che mi tengono occupata,
non è facile il mestiere del poeta al giorno d’oggi.

[Inferma, mai ferma]

Inferma, mai ferma
scalcio e scampàno, urgente
di trovar requie –
ah, deporre ali e anni
vivere già saggi, musico mio! –
poi taccio, inghiottita dalla fanfara
del buonsenso.

“Mettete da parte secchi d’amore per quando pioveranno guai!”

Fatale, mai fondamentale
mi raggiro con ingenue vecchiaie
camuffata da tartaruga di polla –
ah, mai provare i risvegli di Nusch
con te, musico mio! –
poi m’addomestico ed innaffio
il coriandolo del davanzale.

“Mettete da parte secchi di gioia per quando pioveranno dolori!”

[Ho ingoiato il nostro amore]

“Un matrimonio per essere buono
non necessita di felicità, ma di stabilità”
“Noi abbiamo entrambi”
Ho ingoiato il nostro amore.
Sottile lisca di pesce
si è fermato scomodo in gola
non più voce – non ancora coraggio.
Quale inopportuna disattenzione
ti permise ingresso?
Dove avevo distratto i pensieri?”
(mentre il tempo ristava crocchiando
come legna estiva ad asciugare –
mentre m’offrivo, terrazza in rigoglio
alle carte, ai pensieri, ai limoni
della cedevole sera agostana)
Ingollerò molliche di stabilità quotidiana
per possederti tenacemente
dentro o – almeno – fermo”